Le tribù estive: come sta andando la nostra sperimentazione educativa

Sono passati 16 giorni dalla riapertura del Centro Culturale e quasi due settimane dall’inizio della nostra attività mattutina con i bambini e le bambine: abbiamo chiamato “Tribù di primavera” la sperimentazione che ci ha permesso di mettere alla prova una proposta educativa da attuare poi nel centro estivo (iniziato lunedì, 15 giugno). Ci abbiamo lavorato per quasi due mesi, proprio per essere pronti immediatamente appena possibile, aiutando così i bambini a tornare alla vita sociale e sostenendo le famiglie. Così è stato.

Alcune considerazioni.

  1. È possibile sviluppare una proposta educativa incentrata sulla libertà, l’autonomia, la sperimentazione e la relazione continua, rispettando i vincoli normativi.
  2. È possibile lavorare in piccoli gruppi preservando l’autodeterminazione dei bambini e delle bambine, con assemblee quotidiane e momenti di confronto e apertura permanenti.
  3. È complesso ma ampiamente sostenibile conciliare le diverse esigenze dei singoli bambini all’interno di un gruppo: per farlo serve capacità di ascolto e mediazione, facilitazione continua dei processi, valorizzazione delle soluzioni più strane che i bambini trovano. Soprattutto…
  4. Bisogna lavorare sull’identità collettiva. I bambini sono immersi spesso in contesti competitivi e individualisti: il lavoro in piccoli gruppi (continuamente in relazione con pari) è possibile solo lavorando su una ri-significazione collettiva; la tribù deve diventare un’entità unitaria, flessibile e in grado di accogliere le singole esigenze, ma capace anche di darsi macro-progetti da fare insieme (costruire una casa, ideare un documentario, recuperare un parco, mappare un intero quartiere, mettere a coltura un intero spazio abbandonato).
  5. I bambini possono gestire i protocolli base senza particolari problemi: igienizzazione continua delle mani, cambio delle scarpe, distanziamento fisico basico con gli altri gruppi;
  6. Le famiglie sono disposte a condividere responsabilità e rischi, sostenendo la prossimità fisica nel piccolo gruppo e l’immersione dei bambini nella natura, nella città, nella rimessa in circolo delle energie psicologiche, fisiche, motorie, sociali.
  7. Rivalorizzazione dell’aperto, della pioggia, dello sporco: tutto questo torna in gioco prepotentemente e genera entusiasmo, dal momento che è meglio ridurre al minimo la presenza all’interno. Deve essere il punto fondamentale di ogni nuova attività educativa.
  8. La fatica. I bambini (e gli educatori) post-Covid si stancano prima, hanno fame e sete prima, meno energie. Ma al tempo stesso accolgono proposte e attività, manifestano una necessità incredibile di parlare e di usare il fisico nei modi più strani. Ripartiamo da qui, dalla stupidità di gesti strani (camminare a quattro zampe col sedere in aria, rotolarsi sul prato in ogni modo, sporcarsi le mani senza motivo) e dalla voglia di toccare tutto, di dire su tutto, di vedere ogni luogo.
  9. Un’opportunità per rompere i limiti dell’educazione: la ricezione a una proposta di educazione attivista e diffusa è massima. Andare in giro per bande, travestirsi, cercare luoghi abbandonati, conoscere le campagne e aprire sentieri, inventare storie sotto un ciliegio. Possiamo immaginare di aggiungere contributi di artisti, docenti, inventori della strada?
  10. La brutalità di certe norme: mimetizzare i protocolli non impedisce di vedere la rigidità (e l’ipocrisia) dell’igienizzazione continua dei materiali, delle palle da bocce, delle zappette. In questi piccoli e continui gesti si nasconde il vero gesto di cura dello staff di educatori e volontari della comunità educante.


È solo l’inizio, ma diciamo che è l’inizio giusto per affrontare un’estate che dovrà restituire a tutti la voglia di vivere, mettersi in gioco, provare.