Gli adolescenti, un danno collaterale

In questi giorni impazza il dibattito sulla riapertura delle scuole superiori, anche solo al 50%. Apriamo oggi, no domani, tra tre giorni. Aspettiamo lo studio del CTS, anzi no. Proteggiamo i professori, mascherine seduti, distanziamo gli studenti, facciamo accessi alternati... e via dicendo.

Un dibattito tanto frequente quanto fumoso, utile solo per coprire pochi dati di realtà: che sarebbe sufficiente un serio investimento in personale e recupero delle strutture per far andare tutti a scuola in sicurezza; che sarebbe bastato un minimo di capacità organizzativa per non sprecare mesi e mesi; che una classe politica intelligente avrebbe usato l'emergenza Covid per riformare la scuola e renderla un luogo migliore, per la vita e per la formazione.

Soprattutto, il dibattito fumoso serve per coprire l'enorme violenza che si sta facendo a un pezzo della nostra società: ai giovani, agli adolescenti. A furia di contare le vite spezzate, non ci si interroga sulla qualità delle vite vive. Così, senza troppi interrogativi, ci si è dimenticati di loro.

E chi sono, loro?

Sono la parte di noi più mobile e dinamica.

Sono la parte che più di tutte risponde alle insicurezze facendo gruppo.

Sono la parte più flessibile e assorbente.

Sono la parte più conflittuale, ma anche la più predisposta all'esodo e alla fuga dalle difficoltà.

Sono la parte più porosa alle novità e ai salti.

Sono la parte più mobile, più in circolazione, maggiormente capace di trovare nascondigli e divertimenti, luoghi sconosciuti delle città.

E sono anche la parte più vulnerabile alle novità del mercato.

Sono la parte più esposta alle innovazioni tecnologiche.

Sono la parte che maggiormente rifugge la scuola, il suo presunto “valore metafisico”, la sua priorità su tutto. E al tempo stesso, sono la parte che più ha assorbito la cultura del “merito”, della “prestazione a tutti i costi”.

Sono la parte emotivamente più potente, più bisognosa, più carica.

Sono la parte che più di ogni altra cresce e si potenzia nella relazione, nello stare insieme, nel creare legami.

Sono la parte più intelligente e furba, in grado di trovare strategie.

Sono la parte che più di tutte vive del contatto fisico.

Sono la parte meno ancorata ai valori di ieri e di stamattina.

Sono la parte più potente, sensibile, contraddittoria, assorbente del nostro corpo.

Questa parte, l'adolescenza, abbiamo scelto di colpirla frontalmente. Abbiamo limitato i movimenti, impedito le connessioni, sanificato i contatti tra le persone. Abbiamo demonizzato la possibilità di circolare per la città e al tempo stesso veicolato il sacro valore del consumo. Le loro scuole, chiuse. I loro negozi, aperti. Li abbiamo obbligati a stare ore davanti a un telefono o un computer, amplificando il rapporto con questi oggetti e spogliando il rapporto umano di qualunque valore. Abbiamo così orientato e declinato la relazione dentro canali non fisici, rinforzato la mediazione del digitale, disincentivato la socialità fisica e materiale. Per anni, si è deciso di non investire nella libera socialità dei giovani: abbiamo trascurato i parchi, demonizzato lo stare insieme, chiacchierato di bullismo a tutte le latitudini. Li avevamo già marginalizzati. E ora? Ora li stiamo definitivamente cancellando. Dai discorsi, dalle politiche, dai progetti.

Tornare a occuparsi della loro vita, questa è la priorità. Per loro e per la società tutta, che sta scavando senza sosta una buca in cui rinchiudere il futuro.

Stefano Casulli, pedagogista ed educatore del Centro Culturale Fonti San Lorenzo