Creiamo metafore insegnanti

di Stefano Casulli

Diversi anni fa Umberto Eco diceva che tra le cose più importanti per veicolare contenuti e messaggi vi era la produzione di metafore, mentre oggi il linguista George Lakoff si spinge a dire che non vi sono discorsi razionali e messaggi comprensibili se non all’interno di grandi metafore, cornici di senso che fondano il messaggio stesso svolgendo una funzione gnoseologica ed epistemologica al tempo stesso: significa che da un lato ci permettono di capire la realtà e dall’altro sono lo strumento stesso con cui vi ci rapportiamo. Sono ciò con cui conosciamo le cose e al tempo stesso il limite alla nostra ipotetica conoscenza “neutra”.

E allora quale è, quale potrebbe essere una metafora degna in grado di rappresentare l’insegnante, il maestro o l’educatrice?

Nei libri di pedagogia se ne citano tante: coləi che riempie i vasi; coləi che accende i fuochi; coləi che accompagna mano nella mano. E poi si parla di maestra-mamma, maestro missionario, insegnante con vocazione. E poi l’autista, la scienziata, col cuore di un poeta. L’insegnante crocerossina. Non mi soffermo sulle varie declinazioni popolari prodotte da studenti e studentesse: insegnante-carceriere, poliziotta, crumira. Ma anche insegnante-salvatore e insegnante-traditore. Si pensi al significato metaforico contenuto poi in termini ufficiali come “insegnante di sostegno”, che pensato come agente individuale porta con sé una certa idea del bambino, della comunità, delle potenzialità, del margine. E persino del ruolo, che dovrebbe essere invece quello di un insegnante curricolare trasversale come gli altri, a sostegno dei limiti e delle difficoltà di tuttə. Ma il punto sta proprio qua:

ogni metafora definisce un intero universo di discorso e di pensiero, che aggancia e presuppone una serie di significati connessi, un’idea del bambino, dell’apprendimento, della relazione tra i due, dei (super)poteri e dei limiti.

Prendiamo la mamma-maestra, ancora ben presente nella scuola dell’infanzia: implica una concezione della cura (rigorosamente delegata alla donna), un’idea caritatevole di tolleranza e sopportazione, di contatto e fisicità (sempre al femminile), ma anche di dolcezza e accondiscendenza, finanche di sovrapposizione dei ruoli: la maestra sostituisce la mamma nel luogo in cui la mamma non c’è, perché senza la mamma che protegge non si può fare nulla; ma significa anche che una buona maestra deve essere una buona mamma per essere tale.

E quindi? Quale può essere una contro-metafora adeguata a descrivere la figura dell’insegnante? 

L’insegnante come sherpa. Con il termine “sherpa” ci si riferisce a un gruppo etnico nepalese, ma per estensione ha finito per rappresentare le persone che nelle spedizioni di alta quota accompagnano nella scalate delle vette escursionisti professionisti e non, arrampicatori seriali e dilettanti allo sbaraglio. 

Lo sherpa è un supporto fondamentale allo scalatore.

Lo sherpa è là perché lo scalatore non conosce la via. Ed entrambi lo sanno.

Lo sherpa conosce la strada, quindi guida e rende evidenti i sentieri.

Se lo scalatore è in difficoltà, lo sherpa si carica lo zaino.

Se lo scalatore si arresta, lo sherpa non continua a salire.

Se lo scalatore non riesce ad andare avanti, lo sherpa si ferma e costruisce un campo base. Perché lo sherpa sa come mettere in sicurezza sé e lo scalatore.

In caso di crisi, lo sherpa si fa carico delle zavorre, rifornisce di alimenti e ossigeno.

Lo sherpa non fa la gara contro il cronometro, ma rapporta sempre la strada alle forze dello scalatore.

Lo sherpa non giudica.

Lo sherpa non arriva in vetta da solo. Non avrebbe senso, non può farlo, non lo vuole.

Fortifica l’accampamento, stabilizza il percorso fatto e favorisce l’acclimatamento.

Lo sherpa è pronto a dare la vita per lo scalatore.

Lo sherpa è in grado di dire basta anche quando lo scalatore vuole andare avanti, perché sa come evitare gli sbalzi di altitudine.

Lo sherpa sa che la qualità del suo lavoro non dipende dall’arrivo in vetta suo né dello scalatore, ma dall’avere portato lo scalatore a esprimere il meglio delle sue potenzialità con senso di benessere, senza rischiare la vita.

Lo sherpa è sherpa indipendentemente dal suo stipendio: retribuito o volontario, uno sherpa è sempre uno sherpa per quello che fa, non per ciò che riceve in cambio.

Allo sherpa non interessa arrivare da solo in vetta, ma solo insieme.

 

*questa riflessione è anche il risultato di lunghe chiacchierate con l'amico Giampiero Monaca, maestro errante di Serravalle d'Asti

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